Processi Mediatici

[una revisione di brocmarc]

Sei anni fa, esattamente nel gennaio del 2002, una cittadina della Valle d’Aosta, Cogne, sale alla ribalta nazionale per un fatto di cronaca nera. Un bambino di 3 anni viene ucciso e solo pochi giorni fa (maggio 2008 ) la Cassazione emette la sua sentenza definitiva: la mamma del piccolo Samuele, Anna Maria Franzoni, viene condannata a 16 anni di carcere.

Fin qui tutto nella norma della giustizia italiana, ossia processi molto lunghi, ma perché dilatati sono i tempi propri di una causa, che alla fine, tra mille controversie, riescono comunque a giungere a una loro conclusione. Se non fosse che questo delitto, viene già da subito ribattezzato come “il delitto di Cogne” o ancora il “caso Anna Maria Franzoni”. Nelle testate giornalistiche e soprattutto nelle trasmissioni d’informazione televisiva (o per meglio dire, che si dichiarano tali) s’instaura un rapporto cervellotico e ossessivo con l’infanticidio: lo studio di “Porta a porta” si riempie di plastici che tentano di svelare i segreti più reconditi di casa Franzoni e vengono invitati quasi con frequenza settimanale “esperti” come il criminologo Francesco Bruno e lo psicologo-psichiatra Paolo Crepet per darci consigli su quale strategia adottare al fine di scovare l’assassino. Bruno Vespa diventa il mentore e punto di riferimento imprescindibile per chi ha necessità di vivere in prima persona e partecipare emotivamente a un dramma di un privato cittadino.

Sulle reti Mediaset invece dall’autunno del 2005, lo spazio di approfondimento di seconda serata è nelle mani di “Matrix”, a cura di Enrico Mentana, il quale non è da meno nel seguire le vicende del delitto che, in quanto a copertura televisiva, dovrebbe diventare uno dei più importanti nella storia dell’umanità. Nel 2003, nel 2004, nel 2005 e fino ad oggi “Porta a Porta”, “Matrix” e tutti i telegiornali nazionali ci accompagnano in un’appassionata corsa contro il tempo: chi riuscirà per primo ad avere l’intuizione e a scoprire chi è il vero colpevole del misfatto? Come in uno dei migliori romanzi di Agatha Christie gli spettatori vengono presi per mano e condotti verso questa inestimabile verità, attraverso serate dai contenuti che azzarderei rinominare (con un neologismo) trialtainment, ossia un intrattenimento basato sulla spettacolarizzazione e l’esibizione mediatica di un avvenimento oscuro, dove chiunque può tramutarsi in un giudice ed emettere sentenze su un fatto che in realtà non ha rilevanza nazionale, se non per il triste commiato che il Paese intero può e deve dare al piccolo bimbo che non c’è più.

Ecco perché intravedo molte analogie tra i romanzi letterari del filone giallo/noir e questo tipo di televisione, fondata sulla ricerca sfrenata della fiction, della possibilità di far appassionare il pubblico, di coinvolgerlo con prove nuove che spuntano alla rinfusa, di trascinarlo in un vortice di informazioni ammassate (ma certamente non verificabili) per far sì che anche la casalinga di Voghera esprima una sua personale interpretazione sul caso. Perché non si può non esternare un parere. Grazie alla cassa di risonanza assegnatagli dal tubo catodico, il delitto si colloca alla pari di un qualsiasi altro evento nazional-popolare, oggetto di discussione nei bar, al lavoro, nelle piazze.

Ho preso ad esempio la vicenda di Cogne perché mi sembra l’emblema di questa tendenza, ma potrei citare altri illustri casi di cronaca nera come la Strage di Erba, il delitto di Garlasco e tanti ancora, che in comune hanno la peculiarità di essere diventati processi mediatici, processi su cui i media hanno marciato e marciano tutt’ora.

I fari televisivi vanno giustamente accesi su questi tematiche, perché è coscenzioso creare una consapevolezza e un edotto forti nello spettatore e nelle famiglie italiane. Abusare però di questi contenuti, esporre alla gogna mediatica l’emotività e l’interiorità degli individui che vivono il dramma in prima persona, creare dei mostri pubblici e dei leit-motiv col fine di arrivare a colpire la sensibilità degli spettatori e alzare di conseguenza l’audience, è tutta un’altra storia.

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