Il contagio del dubbio
Dubbi sul “Perchè?” e sul “Come?” fare comunicazione oggi.
“The Others”. “Gli Altri”.
Fa paura. L’alterità è il concetto più terrificante dell’oggi. E’ il terrore dello sconosciuto e dell’inconoscibile. E’ il terrore dell’incomprensione. Tanto più la globalizzazione dei villaggi e il meticciato pongono a contato in modo trasversale vedute multiprospettiche, tanto più la differenza spaventa. Chi sono le entità diverse e distrurbanti che abitano l’altro lato dell’isola? Quale progetto malefico e mefitico si nasconde sotto un burka? Non essendoci risposta (l’Altro è inconoscibile quanto il MeStesso) ci si dedica ad impalare crocefissi ai muri delle scuole. Ci si dedica all’attacco come forma di autodifesa. Il dubbio che sorge è dunque il seguente: l’accettazione della multiprospetticità - come visione plurale sul reale socialmente costruito e mutante - potrebbe portare all’accettazione degli Others e all’attutimento del conflitto? Il dubbio sorto è di per sè eccitante, anche se privo di risposte. Ma il sospetto che un cambiamento di sguardo possa portare ad una ri-evoluzione sociale genera ulteriori quesiti: quale ruolo hanno gli attori del sistema mediale nell’incentivare il terrore dell’alterità e/o quale ruolo hanno gli attori del sistema mediale nel dis-incentivare il terrore dell’alterità? Tali dubbi si sono generati nella mia mente contaminata da messaggi inviati da molteplici soggetti dubbiosi. Volendo perpetuare il contagio del dubbio mi propongo come cassa risonante di molteplici punti interrogativi di seguito sparsi:
Messaggio interrogativo numero 1:
Se gli addetti alla comunicazione (lavoratori più o meno impiegati nell’industria culturale) propagandassero il dubbio piuttosto che certezze posticce, cosa accadrebbe?
a) nulla;
b) qualcosa;
c) tutto;
d) non è possibile che gli addetti alla comunicazione facciano propaganda virale del dubbio perchè il loro ruolo istituzionale è il consolidamento di certezza posticce;
e) non deve accadere.
Messaggio interrogativo numero 2:
Se i ricercatori della comunicazione (scienziati più o meno legati all’accademia culturale) si sollazzassero nel contagio trasversale piuttosto che nelle scalate ai grattacieli, cosa accadrebbe?
a) nulla;
b) qualcosa;
c) tutto;
d) non è possibile che i dottori della comunicazione si sollazzino nel contagio virale del dubbio perchè il loro ruolo istituzionale è il mantenimento della limpidità del grattacielo;
e) non deve accadere.
Messaggio interrogativo numero 3:
Se i giocatori della comunicazione (hobbysti più o meno appassionati di rete sociale) si arruolassero nell’esercizio dell’insinuazione del dubbio dal basso, cosa accadrebbe?
a) nulla;
b) qualcosa;
c) tutto;
d) non è possibile che i giocatori della comunicazione si insinuino dal basso perchè non esercitano un ruolo istituzionale;
e) non deve accadere.
Io sono per il qualcosa. Tra: il nulla, il tutto, la perpetuazione dello stato delle cose e il rifiuto, il mio personale punto di vista è: il qualcosa.
Il qualcosa significa: la possibilità che qualcosa accada perchè fatto (attivamente, partecipativamente, appassionatamente) accadere.
…per non morire di noia nell’attesa dell’accadimento dall’Alto…
…per non morire di terrore nell’attesa dell’attacco dell’Altro…
…io personalmente preferisco la passione del qualcosa…
…io personalmente preferisco l’influenza virale dal basso…
…accettando (con piacere) il rischio il nulla…
…accettando (con piacere) la contaminazione con lo sconosciuto…
Come addetto e/o ricercatore e/o giocatore io mi appassiono alla trasmissione virale del dubbio.
Consapevole che “La forza [non] è con me” [cit. da Guerre Stellari].
Spero che “Lo sforzo sia con me” [cit. da Balle Spaziali].
Perchè la speranza è che la parodia [delle guerre spaziali] ci renda più consapevoli [rispetto le balle stellari].
Giugno 15, 2008 alle 5:44 pm
Non sono un esperto del settore, ma, in generale, l’abitante dell’altro lato dell’isola non è un nemico, bensì una sfumatura piena di colori di un mondo che possiamo sentire sempre più vicino a noi. Il confronto con altre persone è uno dei modi migliori per crescere, in particolare se culturalmente molto lontane da noi.
Giugno 15, 2008 alle 5:57 pm
hu… io sono una newbie della scoperta/accettazione/curiosità dell’altro. ma i primi esperimenti funzionano alla grande.
poki mesi fa mai avrei creduto di poter fare un knowledge party con uno studioso/studente di econometria…
… invece basta il logo Lego… e … magia: l’Altro lato dell’isola diventa confronto/scambio e costruzione (di lego ma nn solo).
Giugno 16, 2008 alle 12:06 pm
Esatto!
E rompendo la timidezza della prima parola, guarda che bella persona che si finisce per conoscere….
lego per unire, ma soprattutto per costruire…
Giugno 20, 2008 alle 8:06 am
Mhhhh..scusate se m’introduco così brutalmente, ma in un Knowledge-party virtuale i convenevoli penso possano ledere l’atmosfera di condivisione e co-costruzione. LA CONOSCENZA non è mai possibile senza un SOGGETTO CONOSCENTE, imparare a riconoscere l’identità dell’altro e a riconoscerne/confermarne almeno una parte sia il gioco relazionale più interessante.
Come dice il buon vecchio assioma della pragmatica della comunicazione umana: “non si può non comunicare…”.
Se io ci sono, tu ci sei allora qualche cosa ci stiamo dicendo, anche solamente col nostro modo di esserci (vestiario, movimenti, sguardi, vocalizzi, ecc.).
Catturare questi “segnali deboli” è la principale via d’accesso al KNOWLEDGE PARTY. Nel virtuale i nostri segnali deboli sono ostacolati dal mezzo..ma non demordiamo la cretività è in noi comunque, dote naturale e apprendimento culturale insieme per far fronte alle situazioni più disparate…
Una volta stabilito il “come” un Knowledge party pò iniziare, bhè allora il “perchè” arriverà di conseguenza come giustificazione postuma dell’interesse per l’altra/o.
Giugno 20, 2008 alle 8:50 am
Uh: stimolata da questo mi kiedo: forse il blog nn è il miglior luogo per un knowledge party. troppo autoriale. troppo verbale: what about a visual social network? in cui il visuale ad esempio dell’autophotography può entrare nel virtuale per comunicare anche i segnali deboli.
::::visto che il mezzo del virtuale ci ostacola: dobbiamo lavorare di creatività: ::::sto cercando di definire questo social network in cui si parte da una sola immagine, con al massimo una didascalia, per aprire discussioni e confronti di punti di vista potenziando al massimo la comunicazione visuale.
… insomma: sono esperimenti stimolati dalla Visual Sociology Summer SchoolSSS, come si sarà capito.
… dunque: se l’interesse per gli altri c’è (e io nn credo si cosa scontata, e gioiscono quando scopro che per molti invece lo è), all’ora let’s interconnect in a social network.
… ma se il virtuale ostacola (alcuni) segnali let’s make the social network visual…
follow me in <My Life With the Screens: “un knowledge party in cui si chiacchera della nostra vita nella società dell’immaginazione”, oltre che dell’immagine. Attualmente under construction: ogni suggerimento per la construcion è ben accetto.