Confession of a wifiaholic #18: le città digitali e la partecipazione civica del pothole

aprile 10, 2011 by

E’ stato un lunedì digitale, quello della scorsa settimana a Torino.
Al Circolo dei Lettori è infatti stato presentato il progetto Torino Digitale, attraverso cui viene chiesto un impegno concreto ai candidati sindaci per fare diventare Torino la prima città al passo con l’Europe’s Digital Agenda definita dalla Commissione Europea.
Uno dei 6 obiettivi di Torino Digitale (assieme a Net Neutrality, Innovazione, Open Data, Software Libero e Alfabetizzazione) è la diffusione della banda larga e del wifi libero, con l’obiettivo di “incentivare l’uso di reti wifi pubbliche e prevedere, entro 5 anni, la copertura in wifi di almeno l’80% dei cittadini torinesi.”

Di wifi e città digitali si è parlato la stessa mattina anche al seminario, organizzato dal Corso in Ingegneria del cinema e dei mezzi di comunicazione del Politecnico di Torino.

Fiorella De Cindio ha descritto il caso della storica Rete Civica di Milano (dal 1998) come esempio di partecipazione civica, per poi portare casi più recenti di uso della rete per la mobilitazione cittadina. Dai portali di segnalazione dei problemi di manutenzione urbana come l’internazionale FixMyStreet e la sua declinazione locale implementata dal Comune di Venezia (IRIS) fino al sito di e-participation pre-elettorale PartecipaMI.
Dopo la carrellata di esempi ecco che arriva un’interessante conclusione: a stimolare la partecipazione è la dimensione problematica che tocca i cittadini da vicino, e bisogna partire da questa per costruire community civiche.

Anche per quanto riguarda la consapevolezza dei cittadini (ma anche dei politici) rispetto all’importanza della diffusione del wifi, penso che valgano più di ogni altra cosa esempi concreti di applicazione delle reti per risolvere problemi quotidiani. E’ per questo che mi sembra interessante il progetto di partecipazione civica proposto da Mauro Lattuada, presente al seminario per presentare il progetto GWIFI, per il design partecipativo. Al momento è ancora in fase progettuale, ma l’idea è di creare un portale all’interno del quale tutti coloro che accedono alla rete wifi possano partecipare al processo decisionale di re-design di un quartiere milanese.
Poi chiaccherando con Mauro, vengono fuori altri piccoli problemi quotidiani che il wifi potrebbere risolvere, come ad esempio il pagamento del parcheggio, piuttosto che il biglietto del tram, e, aggiungo, io la prenotazione del turno alle Poste.
Tipo: se potessi prendere il numerino delle Poste mentre sono in coda per comprare le fragole all’adiacente mercato di Santa Giulia e potessi monitorare l’avanzamento dei turni, sarebbe bello, no?

Se per fare un albero ci vuole un fiore,
per fare una città digitale, ci vuole l’impegno della PA,
per fare l’impegno della PA, ci vuole l’interesse degli elettori,
per fare l’interesse degli elettori, ci vuole uno strumento per fix my street.

Uno strumento che coinvolga i cittadini nella soluzione delle piccole buche quotidiane, sopra le quali, volenti o nolenti, tutti i giorni ci tocca passare.

Perché è della buche, che nascono i fiori (o era qualcos’altro?!)

Pothole - Image by Mollusa @ Flickr

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Confession of a wifiaholic #17: la percezione dello spazio e l’aggregazione solitaria

marzo 13, 2011 by

Una cosa di cui sono abbastanza sicura, è che cambierà (di nuovo) il senso dello spazio. Potranno anche non essersi ancora affermate applicazioni specifiche, potrà anche non essere ancora percepito come una ambiente sociale, ma la diffusione del wi-fi sta sicuramente cambiando il “dove sono” e l’”a chi sto parlando”.
C’è questo bel capitolo, all’interno di Networked Publics, sui luoghi. Parla di come le reti digitali cambiano il modo di percepire lo spazio pubblico.
E lo fa a partire da un posto ben specifico: Starbucks.
Lo porta come esempio di uno spazio, il caffé, che nel XVIII secolo era THE Sfera Pubblica per eccellenza. Ora invece, dicono Varnelis & Friedberg, esprime il bisogno degli individui di “aggregarsi in solitudine” (“gather toghether, even if in our solitude“).
Un’ipotesi potrebbe essere che gli hotspot messi a disposizione dai locali commerciali costruiscano un luogo di aggregazione senza socializzazione. Uno spazio sociale funzionale non all’interazione con i cafégoers compresenti, ma alla condivisione della propria assenza con persone che frequentano quei luoghi fisici per abitarne comunicativamente altri.
Ad aggregare, dunque, è il bisogno di essere altrove? Oppure il desiderio di sentirsi immersi nel corpo della folla, quando si devono convogliare le proprie energie mentali in un lavoro digitale?

WHERE am I?. Photo by Bullet Miller

WHERE am I?

Vi capita mai di essere a casa, davanti al computer, metterlo in borsa, entrare in un bar, connettervi ad internet e continuare a fare quello che facevate nella vostra casa silenziosa 30 minuti prima?

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Confession of a wifiaholic #16: dall’infrastruttura alla pratica del cemento disarmato

febbraio 27, 2011 by

Su Google Scholars, i risultati della ricerca con la parola chiave “social network site” sono quasi monopolizzati dal Journal of Computer Mediated Communication. Mentre IEEE e ACM fanno da padroni nel campo del “wi-fi.” Sono i due lati della rete: la rete come luogo e la rete come infrastruttura tecnologica.
I SNS sono diventati un ambiente sociale, perché hanno scelto il giusto arredamento per quel palazzone che è l’Internét.
Fino a quando le stanze dei palazzi sono vuote, le persone che vi entrano non ne capiscono la funzione. Poi però qualcuno ci mette qualche manichino in vetrina, una fila di camerini e una mappa dei piani, e si capisce subito che è un centro commerciale. E allora l’infrastruttura di cemento armanto (ma si usa ancora il cemento armato? bah, ne so proprio poco di infrastrutture: stasera chiedo al nonno muratore) diventa uno spazio sociale, con i propri riti e regole. Che tipo se togli i vestiti al manichino non sta bene. E nemmeno se esci senza pagare.
La stessa cosa succede nei SNS, con la differenza che a volte è difficile capire cosa sta bene o no. E allora ecco tutti gli studi pubblicati sul JCMC che dicono chi fa cosa, dove e perché.

Infrastruttura. Picture by phatcontrollore @ Flickr


Il Wi-Fi invece è ancora tutto un “MAC protocols” e “pole-top access points” che immagino sia un po’ il corrispettivo di “cemento” e “armato” ovvero tutto ciò che serve per tenere in piedi l’infrastruttura, che però ancora non è arredata.
Così la gente passa e dice mmmhmmmh. Poi capita che c’è il temporale o il 3G non prende e sei ben contento di rifugiarti sotto una copertura gratuita. Ma poi te ne vai senza ringraziare. Perché non sai nemmeno che faccia ha, il tipo del Wi-Fi. Il centro commerciale ha le sue commesse, il Facebook ha il suo mitico (nel bene o nel male la sua figura è diventata mitica #grazieFincher) creatore, ma il Wi-Fi è ancora senza volto e senza arredamento.
Eppure, me ne rendo conto ora, per 15 settimane ho postato questa rubrichetta nella categoria social media. La sensazione è infatti che sia questo il momento in cui il Wi-Fi si sta arredando. E credo che valga la pena tener d’occhio gli attori di questo cambiamento (Istituzioni pubbliche, imprese e utenti-cittadini) per capire se verrà pensato come un centro commerciale o come un’estensione degli altri SNS (o altro, chissà).
Scorrendo i post scritti finora, mi sono appuntata i where e i what dei pubblici wifizzati:

DOVE:

Contesti fisici (dove c’è, ma non sempre funziona)

Contesti digitali (dove se ne parla o si condivide)

COSA:

Ok, adesso che abbiamo il dove e il cosa (manca qualcosa?), serve più solo (per cominciare) il come e il perché.
Per cui prossime tappe: metodologia e domande di ricerca!
See u next sunday!

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Confession of a wifiaholic #15: i viaggiatori s.connessi

febbraio 20, 2011 by

Ci sono un professore universitario, una donna in carriera e una coppia di adolescenti su un Frecciarossa Bologna-Torino.
No, non è l’inizio di una barzelletta, anche se potrebbe facilmente diventarlo.
Perché è ironica la situazione dei viaggiatori che si trovano, più di altri, ad avere bisogno di una connessione mobile, con il risultato che, meno di altri, riescono ad ottenerla.
E’ facile navigare in città, con il 3G che prende – quasi – everywhere, e gli hotspot pubblici che si stanno diffondendo.
Quando però si esce dall’urbe l’operatore mobile investe poco e anche il Wi-Fi promesso da Trenifalia, lascia a desiderare.

Trenitalia anti fan art - dal blog Pisa: odi et amo


Eppure i protagonisti della mia barzelletta #storiavera, erano tutti e quattro alle prese con la connessione. Quattro generazioni umane (me compresa) e almeno tre di device mobili che s’affannavano nel tentativo di accaparrarsi un bit streammato dal #wififrecciarotta o di acchiappare una tacca.
Siccome questa non è una barzelletta ma una #storiavera, per preservare l’anonimato dei soggetti osservati, utilizzerò degli pseudonimi nel pubblicare le note di campo:

ci sono un iPhone 4G, un BlackBerry e una coppia mista – lei Nokia, lui Apple – su un Frecciarossa Bologna-Torino.
La Nokia è giovane e limitata per quanto riguarda l’interattività, così dopo aver tentato per pochi secondi di accedere a FB, s’arrende in favore di una cuffia offerta dall’iPhoneUsoiPod della sua dolce metà.
Il BlackBerry tenta di rispondere a un paio di email, ma il suo padrone s’addormenta, stremato dal viaggio.
Così rimango io ad osservare la @donnaincarriera (espressione che non vuol dir quasi nulla, ma questa tipa somigliava tanto a Melanie Griffith) che per la prima volta nella settimana ha 3 ore di tempo per cazzeggiare online ma no, non può, perché trenifalia, falia come non mai, è la rete 3G è downgradata velocemente da un E a un °. Così anche l’ultima naufraga dell’isola sconnessa rinuncia a salpare per lidi migliori perché la zattera pare troppo precaria, e si rifugia nella lettura di io Donna.

Il mio primo viaggio da osservatore partecipante nella cultura dei viaggiatori connessi, si è così conclusa con l’analisi della rappresentazione della donna in un allegato femminile di un quotidiano nazionale. Ed è così che mi sono imbattuta in proposte di informazioni interattive via QR code. Insomma, non c’è più mass media che non sia ibridato con promesse di fruizione interattiva e mobile. Ma quello che mi interessa, più che le promesse mediali, sono le pratiche…
… quindi, see you on my next trip.

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Confession of a wifiaholic #14 [SciDeCom]: alla ricerca di una connessione (che non c’é) tra hamburger e café

febbraio 13, 2011 by

Ecco l’ultima ricerca sul Wi-Fi realizzata dalle studentesse (sì, il tema del Wi-Fi è stato monopolizzato dalle ragazze) di Scienze della Comunicazione per il Laboratorio Pubblici connessi: percorsi etnografici nella cultura convergente.

Come nella precendente mini-etnografia, anche Giulia Vallese e Michela Pelle, hanno realizzato una breve osservazione partecipante in alcuni locali torinesi dotati di Wi-Fi pubblico.

La loro scelta è ricaduta su due locali di tipo differente: McDonald’s e Mood Café.

Per quanto riguarda McDonald’s la scelta di offrire una connessione libera ai consumatori, da un lato è in linea con la dimensione internazionale del franchise, dall’altro si inserisce in un tentativo di modificare l’immagine della famosa catena di j**k food per eliminare la parola fast e ri-contestualizzare l’hamburger in un ambiente che “accoglie, trattiene, diverte“.

Hamburger pubblico?

Il mini-franchise torinese Mood Café si propone come café-libreria e, attraverso l’integrazione del Wi-Fi, vorrebbe forse aggiungere la dimensione multimediale a quella di salottino letterario. Tuttavia Giulia e Michela hanno rilevato la scarsa copertura della rete nel locale, e anche gli utenti di Foursquare ci danno opinioni non sempre positive sulla connessione.

Attraverso questa ricerca è stata rilevata dunque un’insoddisfazione per la copertura, da parte soprattutto di una turista che, non avendo la connessione in albergo, si era rifugiata al Mood alla ricerca di una rete pubblica. Forse abituata ad altri tipi di servizi offerti all’estero, ha dimostrato la sua insoddisfazione nel dover rincorrere la connessione per il locale.

Tuttavia credo sia ancora più importante la percezione degli stessi esercenti, che sembrano offrire un servizio di cui loro stessi non comprendono le potenzialità: le cameriere hanno infatti dimostrato di essere appena a conoscenza dell’opportunità di connessione, e quindi poco predisposte ad una sua promozione.

Da queste prime esplorazioni del Wi-Fi a Torino, emergono ancora due grandi lacune interdipendenti: quella tecnologia e quella culturale. E credo che sarà la seconda a spingere la prima. Allo stesso tempo ho però la sensazione che siano i turisti stranieri, più degli italiani, a percepire un’arretratezza nel nostro territorio. E così viviamo in un paradosso, in cui i primi locali a proporsi come convivio sono quelli del fast food per eccellenza o del caffé d’asporto.

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Confession of a wifiaholic #13: trasferte mediate e metodologie improvvisate

febbraio 6, 2011 by

Se uno non viaggia nella realtà, viaggia nella fantasia. Oppure attraverso i media, quelli vecchi e quelli nuovi.
Si diceva: i mezzi di comunicazione di massa ci danno l’accesso a posti e luoghi distanti, espandendo la nostra visione del mondo.
E poi ecco i nuovi media, che ci permettono di accedere a contesti geograficamente lontani non attraverso lo sguardo di una telecamere professionale e di un giornalista infreddolito, ma grazie all’instagram di un conoscente.
Certo: le fotografie di viaggio mostrate agli amici sono sempre esistite, ma vuoi mettere il tempo reale?!?! Non è più il racconto a posteriori con tutta la nostralgia e – diciamocelo! – la booorness che questo comporta, ma la presa diretta di viò che avviene, altrove.
Tutta questa introduzione per dire che la scorsa settimana sono stata a Dublino, una coppia e una FB amica reciprocamente sconosciuti hanno lasciato tracce del loro viaggio sui social network e io, immediatamente, ho trasformato la loro esperienza di vita in un’etnografia mediata che mi ha fatto scoprire gioie et dolori del Wi-Fi dublinese:

Che bello che nel bus che dall’aeroporto di Dublino porta alla città ci sia la connessione wi-fi gratuita…

Arrivati a Dublino, B&B molto carino e wifi…che vuoi di più?

l’iPhone di L. prende il wifi e il mio no…che mestizia. E ora come la provo quest’app?!

In questa stessa settimana però qualcosa si sta muovendo anche in Italia, con Wired che vuole svegliare la nazione con un’app scova hotspot e il Wi-Fi in 150 piazze.
Ad interessarmi, però, più che la tecnologia e gli spot promozionali sono le pratiche dei cittadini. Perché alla fine sono le gioie et i dolori dei pubblici connessi a influenzare la diffusione e le modalità d’uso delle innovazioni.
Ma quando ci troviamo di fronte ad una tecnolgia ancora non così tanto integrata nelle pratiche quotidiane degli italiani, che per di più si colloca in uno spazio liminare tra l’offline in movimento e l’online interconnesso… pant, pant, forse ci si mette meno ad arrivare in bici fino a Dublino che ad improvvisare una metodologia per lo studio delle pratiche di utilizzo del Wi-Fi pubblico.
Eppure ormai è deciso: questo è il mio scopo –> viaggiare non con la fantasia, ma nella realtà mediata della fruizione mobile tra online e offline. Quindi datemi un mesetto, e magari pure qualche consiglio, e v’improvviso un disegno di ricerca per captare il segnale dei pubblici nomadi et connessi:

PAURA, EH?!?!

(Photo by pecunar on Flickr)

Quali tecniche di ricerca è utile integrare in una metodologia per lo studio delle pratiche d’uso delle reti Wi-Fi (analisi del contenuto delle interazioni online? osservazione partecipante offline)? Quali sono gli spazi online (SNS? LBS?) e offline (trasporti pubblici? Università? centri commerciali?) più adatti per osservare le interazioni mediate dal mobile?

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Confession of a wifiaholic #12 [SciDeCom]: social media e Wi-Fi in Sud America

gennaio 30, 2011 by

La comprensione del mondo che ci circonda, spesso emerge dalla comparazione con le realtà distanti. Nonostante la rete sia un fenomeno globale, le pratiche di adozione variano da Paese a Paese, come conseguenza delle culture locali.
Comparando le pratiche d’uso di computer, social media e Wi-Fi da parte di giovani peruviani, brasiliani ed italiani, Alice Bianchi ha descritto un panorama variegato. Integrando a precedenti indagini quantitative, 30 interviste svolte ad universitari di Poxereu (Brasile), Huacho (Perù) e Savona (Italia), emerge innanzitutto una maggiore predisposizione degli abitanti del sud america all’utilizzo sia di computer che di connessioni Internet pubbliche.
In Brasile e Perù vi è infatti un alto utilizzo degli Internet Point a pagamento, come conquenza della mancata diffusione della connessione privata. L’uso delle reti pubbliche Wi-Fi invece sembra alto sia a Poxereu che a Savona, mentre non è ancora diffuso a Huacho.
Ecco le slide della ricerca realizzata per il Laboratorio Pubblici connessi: percorsi etnografici nella cultura convergente (Scienze di Comunicazione).

Questi dati, anche se basati su un campione ridotto e non rappresentativo, sono sufficienti per fare emergere molteplici spunti di rilessione. In particolare credo che sarà interessante osservare le differenti dinamiche di diffusione e di adozione delle tecnologie wireless tra i Paesi occidentali e le economie emergenti, in cui la minore diffusione della rete fissa potrebbe favorire gli investimenti in Wi-Fi e Wi-Max.
I primi indizi di questa tendenza arrivano dai dati di diffusione delle connessioni mobile nelle cosiddette BRIC countries (Brasile, Russia, India e China) dove la congiuntura tra crescita economica ed elevato numero di abitanti determina l’emergere di grandi mercati per le nuove tecnologie di comunicazione.

(Altre ricerche coming soon)

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Confession of a wifiaholic #11: gli imprenditori morali anti-cazzeggio

gennaio 23, 2011 by

I confini costruiscono barriere, ma infondono anche sicurezza. È per questo che ne abbiamo così bisogno.
I confini sono stati il tema della conferenza Remaking Borders, ospitata dall’Università di Catania, a cui ho partecipato questa settimana. Durante la conferenza si è parlato della caduta dei confini e della loro ricostruzione. Ma il primo valico tra frontiere l’ho esperito durante il breakfast multilinguistico, dove solo l’inglese ha reso possibile la conversazione tra una lituana, un’italiana e una slovena.
La lingua franca della contemporaneità, consente, proprio come Internet, di mettere in comunicazione culture differenti e popolazioni distanti. Ma, anche oggi che la globalità anglofona e digitale della rete definisce spazi transculturali di interazione, di borders ce ne sono ancora molti. Nel panel a cui ho partecipato, organizzato da Alessandra Micalizzi ed Elisabetta Risi dello IULM di Milano, si è parlato proprio dei confini della rete.

  • Confini che sono caduti, come quelli tra il mondo fisico e quello digitale (qual è il limite tra online e offline se la comunicazione è always on e sempre più geolocalizzata dalla realtà aumentata?)
  • Confini che sono collassati, come quelli tra i differenti contesti della comunicazione (cos’è pubblico e cos’è privato online?)
  • Confini che vengono simbolicamente e faticosamente costruiti, come quelli delle comunità disperse nei social network (come faccio a riconoscere l’appartenenza ad un’identità di gruppo, se lo spazio di interazione è distribuito in una molteplicità di servizi?)
  • Confini che sono artificialmente creati dagli “imprenditori morali” della rete, che costruiscono limiti appena sorge una nuova opportunità…

… infatti, con la mia prima password per il wi-fi ottenuta senza dover fotocopiare un documento di identità, ho potuto fare ben poco. Perché l’Università di Catania ha deciso di creare un confine, tra l’Internet buona e quella cattiva.
Ho potuto accedere al web per consultare il programma del convegno, ma non agli spazi del “cazzeggio digitale” per dire agli amici di Facebook e ai follower di Twitter cosa stavo facendo. Anzi, l’ho fatto, ma con la connessione 3G del cellulare. Sono dovuta passare attraverso la rete commerciale dell’operatore mobile, per condividere le ricerche dei mie compagni di panel nel posto in cui era più utile: ovvero tra la mia rete di conoscenti.

Università di Catania (foto by Luca Rossi)

Il wi-fi pubblico c’era, ma era ben poco libero. Appena caduta una artificiosa barriera finalizzata all’anti-terrorismo, ecco che ne è stata costruita una anti-cazzeggio che, oltre ad essere fallace, ignora il fatto che, nei social network, tra una chiacchera e l’altra, si possa costruire conoscenza, collaborativamente.
Nei social network non c’è qualcuno che ti indottrina come nell’Aula Magna, non c’è nemmeno un’intelligenza collettiva riconosciuta (a parte che dal Tg5) come in Wikipedia, ma sono sicura di aver condiviso più conoscenza linkando post, likando status e commentando video, che in una pubblicazione scientifica internazionale con tanto di blind review.
Perché l’informazione veicolata nei social network è costruita assieme e in tempo reale con la rete (semi)professionale.
Certo: su Facebook le riflessioni scientifiche, si intrecciano ai racconti personali. Ed è sicuramente più difficile distinguere il confine tra la dimensione della relazione e quella del contenuto. Ma credo che il futuro dell’Università, non si realizzi costruendo nuove barriere artificiose e arbitrarie tra l’internet della conoscenza e quello della socialità.

Nella vostra Università o azienda, la connessione è libera o avete delle limitazioni di accesso a siti ritenuti non appropriati ad un contesto di studio et laboro?

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Confession of a wifiaholic #10: il Wi-Fi come servizio pubblico

gennaio 16, 2011 by

Sguinzagliati gli studenti del Laboratorio Pubblici connessi: percorsi etnografici nella cultura convergente (Scienze di Comunicazione) arrivano i primi risultati.

Francesca Alessandria e Sara Brescia hanno scelto, come campo d’indagine, due locali molto differenti:
- il Break di Piazza Solferino, in cui il servizio Wi-Fi è stato intallato solo da qualche mese in seguito ad una proposta commerciale di Sky,
e
-La Drogheria di Piazza Vittorio, dove invece 8 anni fa il servizio Wi-Fi è stato integrato come una scelta strategica per seguire le tendenze d’oltreoceano.


L’elemento di maggior interesse emerso dalle osservazioni riguarda però la percezione dei clienti intervistati, che interpretano la rete Wi-Fi come un servizio pubblico, un diritto per i cittadini che consentirebbe di svolgere le tradizionali attività online (consultazione email, utilizzo di social network, …) in mobilità, piuttosto che essere un’opportunità per nuovi tipi di servizi, ad esempio legati alla geolocalizzazione. Ma forse questo è dovuto al fatto che gli intervistati non erano forti utilizzatori di device mobili, e quindi difficilmente erano in grado di immaginare applicazioni più futuribili.

Ecco le slide:

(Altre ricerche coming soon)

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Confession of a wifiaholic #9: tablet @ C.E.S.

gennaio 9, 2011 by

Pronti, partenza, via. Ma soprattutto: pronti? Per il 2011, intendo.
Beh, niente di meglio di un giro al C.E.S. per prepararsi.
E, siccome una connessione costa meno di un biglietto per Las Vegas (e qui è meno freaking freezing than in Nevada), oggi ho fatto colazione su YouTube (quella cosa che si fa la domenica mattina appena svegli ad un orario imprecisato tra le 10am e le 4pm si chiama colazione, vero?).
Sorseggiando cappuccino (che, se fossi andata da Il Fornaio, me lo avrebbe fatto con il vov a $5.50) ho così verificato che uno dei trend dell’anno alla fiera dell’elettronica di consumo sono i Tablet, come preannunciato:



L’iPad della Apple è stato il gadget tecnologico del Natale 2010 con un boom di vendite.

Santa should change his plans


Ma nel 2011 la concorrenza sarà più agguerrita. Al Galaxy Tab della Samsung, s’aggiungono infatti una molteplicità di potenziali iPad killers:



E tra l’agguerrita concorrenza, c’è chi abbatte i prezzi con le versioni Wi-Fi only:

Così mi vien da chiermi-vi:
Tablets will kill the 3G stars? Se gli smartphone vivono sulla rete 3G, i tablet eleggeranno a loro ambiente di navigazione ideale le reti Wi-Fi?

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